# 2015-06-11T08:09:55.798282
# http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/15_giugno_11/racconto-odevaine-buzzi-cosi-castiglione-gesti-l-affare-profughi-9bf6511e-0ff8-11e5-9af2-c0e873d99e21.shtml
Per il 2012 bisogna rinnovare la gara, e il «soggetto attuatore» Castiglione fa nominare da tre suoi prescelti un suo «delegato d’area»: Giovanni Ferrera, già dipendente della Provincia di Catania e membro della commissione che aveva aggiudicato il precedente appalto. Il quale indice un bando, nel quale prevede una maggiorazione del punteggio per chi può contare su una cucina nel raggio di 30 km dal Centro. Requisito che possiede solo il Consorzio Sisifo, grazie alle società de La Cascina, e vince la gara. Di tutto questo Luca Odevaine discuteva con Buzzi, nel 2014, perché Buzzi voleva inserirsi nell’affare: «Scusa, cerchiamo de infilasse noi co’ Pizzarotti e Cascina... Perché non possiamo». Odevaine frenava: «Sì, bisogna lasciare una quota siciliana sul territorio... Però Sisifo potrebbe pure... La Cascina sarebbe contenta». Buzzi s’illumina, pensando ai suoi contatti traversali: «Famo ‘na cosa ... Noi andiamo a cercà Goffredo (che per i carabinieri è l’eurodeputato del Pd Goffredo Bettini, ndr) per Gianni Letta, e tu...». Odevaine risponde: «Io, se voi mi dite “guarda... c’è una disponibilità”, io poi...». Il resto è coperto da omissis .
Dopodiché il prefetto Franco Gabrielli, da commissario per l’emergenza immigrazione, chiese a Odevaine di trovare una soluzione meno dispendiosa per lo Stato. Fu indetta una gara ma, spiega Odevaine, «venne nominato sub-commissario il presidente della Provincia di Catania, Giuseppe Castiglione»; quello che l’andò a prendere all’aeroporto e lo portò a pranzo: «C’era un’altra sedia vuota... e praticamente arrivai a capì che quello che veniva a pranzo con noi era quello che avrebbe dovuto vincere la gara». Altra risata.
A quel punto l’idea è creare un’Associazione temporanea d’impresa: «Facciamo la gara... però certo favoriamo le condizioni per cui ci sia un gruppo forte», suggerisce Odevaine. E l’ affaire diventa un affare. Per tutti. Compreso Pizzarotti, che secondo questa versione «sta dentro» l’Alleanza. Odevaine diventa presidente della commissione aggiudicatrice e - per l’accusa che ha recepito principalmente le sue parole e le immagini di quando conta le mazzette di soldi consegnategli direttamente in ufficio - fa inserire nel Consorzio (dietro adeguate «mazzette») le imprese de La Cascina, vicine a Comunione e liberazione e - racconta lui stesso - al Ncd di Alfano, Lupi e Castiglione. Scrivono i carabinieri nel loro rapporto: «Tutte le aziende coinvolte nella gestione del Centro di Mineo, fatta eccezione per il Sol Calatino, e riunite in Ati, con capofila il Consorzio Sisifo, sono in qualche modo riconducibili al colosso aziendale Cascina Global Service».
L’affaire diventa un affareDopodiché il prefetto Franco Gabrielli, da commissario per l’emergenza immigrazione, chiese a Odevaine di trovare una soluzione meno dispendiosa per lo Stato. Fu indetta una gara ma, spiega Odevaine, «venne nominato sub-commissario il presidente della Provincia di Catania, Giuseppe Castiglione»; quello che l’andò a prendere all’aeroporto e lo portò a pranzo: «C’era un’altra sedia vuota... e praticamente arrivai a capì che quello che veniva a pranzo con noi era quello che avrebbe dovuto vincere la gara». Altra risata.
A quel punto l’idea è creare un’Associazione temporanea d’impresa: «Facciamo la gara... però certo favoriamo le condizioni per cui ci sia un gruppo forte», suggerisce Odevaine. E l’ affaire diventa un affare. Per tutti. Compreso Pizzarotti, che secondo questa versione «sta dentro» l’Alleanza. Odevaine diventa presidente della commissione aggiudicatrice e - per l’accusa che ha recepito principalmente le sue parole e le immagini di quando conta le mazzette di soldi consegnategli direttamente in ufficio - fa inserire nel Consorzio (dietro adeguate «mazzette») le imprese de La Cascina, vicine a Comunione e liberazione e - racconta lui stesso - al Ncd di Alfano, Lupi e Castiglione. Scrivono i carabinieri nel loro rapporto: «Tutte le aziende coinvolte nella gestione del Centro di Mineo, fatta eccezione per il Sol Calatino, e riunite in Ati, con capofila il Consorzio Sisifo, sono in qualche modo riconducibili al colosso aziendale Cascina Global Service».
ROMA «A me queste cose le ha raccontate Odevaine», disse Salvatore Buzzi ai magistrati a proposito del Centro accoglienza profughi di Mineo, in Sicilia, che a suo giudizio avrebbe potuto «far cadere il governo». Ma i magistrati sapevano già tutto; sulle loro scrivanie avevano il rapporto dei carabinieri del Ros sugli affari dei campi profughi, ora agli atti dell’inchiesta ma con molti omissis: segno che ci sono in corso nuovi filoni d’indagine ancora segreti. Si tratta di quasi ottocento pagine di intercettazioni e analisi dei colloqui tra Luca Odevaine, lo stesso Buzzi e altri personaggi che parlano di tutto. Anche del sottosegretario all’Agricoltura Giuseppe Castiglione, indagato a Catania in un’inchiesta collegata a quella romana.
«Lui era presidente della Provincia - raccontava Odevaine il 4 febbraio 2014 -... è stato il soggetto attuatore del Cara, è stato poi presidente del Consorzio... è di Catania, è senatore... È molto vicino al ministro Alfano, perché è quello che praticamente gli raccoglie i voti in Sicilia... È il suo braccio operativo in Sicilia, è chiaro che lui sul ministro c’ha un peso importante». Il giorno prima Odevaine era stato anche più esplicito sull’intreccio tra l’ affaire di Mineo, il governo e il Nuovo centrodestra. Il residence abbandonato dagli americani che lavorano alla base Nato è di proprietà dell’impresa Pizzarotti di Parma che - spiegava Odevaine - «sono molto amici di Gianni Letta, di Berlusconi... Da quello che ho capito questi di Comunione e liberazione hanno fatto un accordo perché il ministro Lupi (all’epoca titolare delle Infrastrutture, ndr ) a Pizzarotti gli ha sbloccato due o tre appalti grossi».
In sintesi, secondo questa ricostruzione, dopo l’addio degli americani, nel 2011 Gianni Letta avrebbe «fatto un piacere» a Pizzarotti requisendo il residence per fare il centro di accoglienza: «Quel posto era chiuso... Lui alla fine prende quasi dieci milioni... Sulla Catania-Gela, ancora ci stanno i manifesti che pubblicizzano i residence a 900 euro al mese d’affitto. Se li moltiplichi per il numero di appartamenti, posto che li affitti tutti tutto l’anno, arrivi a 4 milioni e qualcosa (ride) ... Gliene hanno dati sei milioni e otto più Iva, hai capito?», e ride ancora.
«Famo ‘na cosa ... » Per il 2012 bisogna rinnovare la gara, e il «soggetto attuatore» Castiglione fa nominare da tre suoi prescelti un suo «delegato d’area»: Giovanni Ferrera, già dipendente della Provincia di Catania e membro della commissione che aveva aggiudicato il precedente appalto. Il quale indice un bando, nel quale prevede una maggiorazione del punteggio per chi può contare su una cucina nel raggio di 30 km dal Centro. Requisito che possiede solo il Consorzio Sisifo, grazie alle società de La Cascina, e vince la gara. Di tutto questo Luca Odevaine discuteva con Buzzi, nel 2014, perché Buzzi voleva inserirsi nell’affare: «Scusa, cerchiamo de infilasse noi co’ Pizzarotti e Cascina... Perché non possiamo». Odevaine frenava: «Sì, bisogna lasciare una quota siciliana sul territorio... Però Sisifo potrebbe pure... La Cascina sarebbe contenta». Buzzi s’illumina, pensando ai suoi contatti traversali: «Famo ‘na cosa ... Noi andiamo a cercà Goffredo (che per i carabinieri è l’eurodeputato del Pd Goffredo Bettini, ndr) per Gianni Letta, e tu...». Odevaine risponde: «Io, se voi mi dite “guarda... c’è una disponibilità”, io poi...». Il resto è coperto da omissis .
Il «piacere» a Pizzarotti «Lui era presidente della Provincia - raccontava Odevaine il 4 febbraio 2014 -... è stato il soggetto attuatore del Cara, è stato poi presidente del Consorzio... è di Catania, è senatore... È molto vicino al ministro Alfano, perché è quello che praticamente gli raccoglie i voti in Sicilia... È il suo braccio operativo in Sicilia, è chiaro che lui sul ministro c’ha un peso importante». Il giorno prima Odevaine era stato anche più esplicito sull’intreccio tra l’ affaire di Mineo, il governo e il Nuovo centrodestra. Il residence abbandonato dagli americani che lavorano alla base Nato è di proprietà dell’impresa Pizzarotti di Parma che - spiegava Odevaine - «sono molto amici di Gianni Letta, di Berlusconi... Da quello che ho capito questi di Comunione e liberazione hanno fatto un accordo perché il ministro Lupi (all’epoca titolare delle Infrastrutture, ndr ) a Pizzarotti gli ha sbloccato due o tre appalti grossi».
In sintesi, secondo questa ricostruzione, dopo l’addio degli americani, nel 2011 Gianni Letta avrebbe «fatto un piacere» a Pizzarotti requisendo il residence per fare il centro di accoglienza: «Quel posto era chiuso... Lui alla fine prende quasi dieci milioni... Sulla Catania-Gela, ancora ci stanno i manifesti che pubblicizzano i residence a 900 euro al mese d’affitto. Se li moltiplichi per il numero di appartamenti, posto che li affitti tutti tutto l’anno, arrivi a 4 milioni e qualcosa (ride) ... Gliene hanno dati sei milioni e otto più Iva, hai capito?», e ride ancora.
# 2015-06-11T08:10:40.085066
# http://www.corriere.it/economia/15_giugno_11/sfruttate-crisi-cambiare-piu-merito-meno-clientele-422c870a-0ffa-11e5-9af2-c0e873d99e21.shtml
Il politologo dell’università di Stanford Francis Fukuyama, 62 anni: il suo nuovo libro è «Political order and political decay»«Sprecare una crisi è terribile» si diceva nella Casa Bianca di Barack Obama dopo il crash di Lehman Brothers, e Francis Fukuyama trova che due Paesi oggi dovrebbero ricordarsene: la Grecia e l’Italia. La recessione di questi anni ha lasciato ferite profonde in entrambe, dice il politologo di Stanford, ma ora crea anche un’occasione irripetibile per voltare pagina. È per questo che in «Political Order and Political Decay», il saggio sulle strutture politiche e il loro «declino», Fukuyama dedica centinaia di pagine alle due economie del Mediterraneo che in questi anni, in modi diversi, si sono trovate all’epicentro del terremoto dell’euro. Lei sostiene che i sistemi politici di tipo clientelare diffusi in Grecia e in Italia sono alla radice delle difficoltà dell’euro. Per quale motivo?
«Una causa di fondo degli eventi di questi anni è stata l’incapacità dei governi di Grecia e Italia di tenere sotto controllo i conti. E una delle ragioni per cui non ci sono riusciti, è che in entrambi i Paesi il settore pubblico è stato usato a scopi clientelari. All’inizio della crisi la Grecia aveva un numero di statali, per abitante, pari a circa sette volte quello della Gran Bretagna. I due grandi partiti greci, Néa Demokratia e Pasok, si erano ruotati al potere per 40 anni e ogni volta, alternandosi, avevano riempito il settore pubblico dei propri sostenitori. È un’abitudine che continua fino ad oggi, con Syriza».
Secondo lei anche in Italia è andata così?
«In Italia una variante dello stesso genere è proseguita per molto tempo. L’esempio più notorio è la Democrazia cristiana nel Mezzogiorno, ma in un certo senso questo modello ha finito per riflettersi nella politica di tutto il Paese. È un modo di gestire il sostegno elettorale. Fino a quando questo sistema non sarà sostituito da un altro sistema, nel quale i burocrati vengono selezionati in base al merito e alla loro competenza, il problema della spesa pubblica non sarà mai messo sotto controllo».
Trova che oggi questa questione sia capita meglio di prima e sia stata risolta?
«Be’, veramente no. Credo che in Grecia parte della riluttanza di Syriza a chiudere un accordo con i creditori sia dovuta al fatto che il partito non vuole rinunciare alla propria capacità di proporre i suoi sostenitori nei posti di potere. L’Italia invece ha fatto più progressi. Da voi è sempre stato un problema regionale, radicato nel Sud, ma ciò che serve adesso è una riforma totale del settore pubblico. Nel Paese va inculcato il principio di una burocrazia impersonale, una burocrazia che funziona nell’interesse pubblico e non sulla base di favoritismi e corruzione. E certo si sono visti dei progressi. Il tipo di corruzione degli ultimi vent’anni è stato diverso dal classico clientelismo dei vecchi democristiani».
Lei scrive che anche la Gran Bretagna e gli Stati Uniti erano sistemi clientelari, in origine, ma la crescita economica ha generato nuovi ceti imprenditoriali che hanno imposto il cambiamento. Ma è possibile cambiare l’Europa del Sud, nella stagnazione economica e demografica?
«È una tragedia che l’Italia abbia perso una grande occasione negli Anni 90, quando la caduta del comunismo aprì una finestra per trasformare l’intero approccio al modo di fare governo. Credo che due fattori l’abbiano impedito. Uno è la personalità di Berlusconi e il fatto che sia riuscito a consolidare una base elettorale. Ma l’altro è la Lega Nord, perché Umberto Bossi controllava lo stesso tipo di ceto medio che in Gran Bretagna o altrove è stato alla base delle coalizioni riformiste. Purtroppo anche la Lega è stata soggetta alla corruzione. Si è spostata su temi come l’immigrazione, non ha mai messo la riforma dello Stato al centro del proprio programma e così la grande occasione degli Anni 90 è andata sprecata».
Se ne ripresenteranno altre per l’Italia?
«L’altra chiara opportunità di riforma è arrivata con la crisi dell’euro. Una serie di presidenti del Consiglio, fino a quello attuale, hanno cercato di sfruttarla. Malgrado sia stata una crisi molto dura per l’impatto che ha avuto sull’economia, purtroppo si inizia a vedere che potrebbe non essere stata abbastanza dura da produrre un riformismo completo. Forze come il Movimento 5 Stelle sono così antipolitiche che, in un certo senso, la gente che vota per loro sta sprecando il voto, perché i Cinque Stelle non hanno un chiaro programma di riforma dello Stato da portare avanti».
Lei non sembra granché convinto che il premier Matteo Renzi sia abbastanza forte o deciso per indurre il cambiamento.
«Gli faccio i miei auguri. Si sta assumendo un certo rischio, promuovendo riforme che avranno bisogno di molto tempo per dare frutti invece di misure popolari nell’immediato. Dovremo vedere gli sviluppi, credo».
Lei sottolinea i limiti dei 5 Stelle, ma come spiega l’ascesa di movimenti antisistema ovunque in Europa?
«In realtà nel Nord e nel Sud dell’Europa sono diversi. A Nord tendono a essere più anti immigrazione e anti Unione europea, mentre Syriza in Grecia e Podemos in Spagna sono piuttosto movimenti tradizionali di sinistra. Ma rappresentano tutti una reazione allo stesso fallimento delle élite dominanti d’Europa, che prima hanno permesso che la crisi esplodesse e poi hanno risposto in modo inefficace. Per molti aspetti, la zona euro non è stata messa a posto. Il problema sottostante non è corretto». Qual è il problema sottostante?
«L’Europa deve andare avanti, oppure indietro. La soluzione istituzionale ideale sarebbe una politica di bilancio unica, che preveda trasferimenti di risorse più ampi alle economie deboli. Ma se questo non è possibile, allora probabilmente dovreste riflettere all’idea di lasciare che Paesi come la Grecia escano dall’euro e permettere la flessibilità valutaria. L’attuale combinazione di una moneta unica, insieme a una politica di bilancio non unificata, crea i presupposti di problemi continui». Dunque, al netto della Grecia, lei trova che la situazione dell’euro non sia stabilizzata?
Abbiamo visto molti tentativi tecnici: la troika arriva a Atene o a Lisbona e impone misure specifiche. Teme che nessuno affronti il problema politico?
«Esatto. Finché in Grecia non viene capita sul piano politico la natura del settore pubblico e finché i partiti non rinunciano all’abitudine di usarlo a scopi clientelari, il problema non si risolverà mai». Vale anche per l’Italia?
«Certo. Ha molto a che fare con il modo in cui si crea il consenso. Il problema di fondo è come consolidi una coalizione nella società a favore delle riforme, una coalizione che esiga un settore pubblico basato sul merito e sulla competenza, non sulla politicizzazione delle nomine. È una battaglia politica che deve aver luogo in ogni Paese. Perché succeda, servono dinamismo economico, ceti medi emergenti, innovatori nella società. La crescita economica crea le basi sociali del cambiamento. Ma purtroppo non è probabile che una vera crescita economica arrivi tanto presto in Europa del Sud».
# 2015-06-11T08:10:52.493145
# http://www.corriere.it/economia/15_giugno_10/grecia-rischia-saltare-l-incontro-tsipras-merkel-hollande-a4684f54-0f59-11e5-aa3a-b3683df52e95.shtml
Le borse Le nuove difficoltà insorte nella trattativa hanno ovviamente influenzato l'andamento dei mercati. Così mentre le Borse europee imboccavano la strada dei rialzi Atene invertiva la rotta. Alla fine le principali Borse europee chiudono tutte in rialzo, nonostante i timori per l’impasse nel negoziato sulla Grecia. Nel finale i listini s’impennano ulteriormente verso l’alto, dopo la decisione della Bce di innalzare il tetto della liquidità di emergenza per le banche greche (Ela) di 2,3 miliardi di euro, a quota 83 miliardi di euro. Londra cresce dell’1,13% a 6.830,27 punti. A Milano il Ftse Mib avanza del 2,5% a 23.091,49 punti, Parigi guadagna l’1,75% a 4.934,91 punti, Francoforte il 2,4% a 1.265,39 punti e Madrid sale dell’1,56%. Atene resta invece in controtendenza, cedendo l’1,08%.
Prima lo scontro poi la pace. La Commissione europea ritiene che le ultime indicazioni presentate dalla Grecia «non riflettono lo stato delle discussioni che ci sono state fra il presidente Juncker e il premier Tsipras mercoledì scorso e fra il commissario Moscovici e il ministro della Finanze elleniche lunedì». Era stata questa la dichiarazione del portavoce dell'esecutivo europeo che spiegava perché Juncker non avrebbe partecipato all’incontro fra Merkel, Hollande e Tsipras a margine del vertice Ue-America Latina e Centrale. Sembrava la dimostrazione di come il governo di Atene fosse ormai ai ferri corti anche con la Commissione europea. Poi nel pomeriggio arrivava un’apertura da parte della Germania nei confronti del governo ellenico. Ed anche la posizione di Bruxelles verso Atene cambiava. «Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha incontrato il premier greco Alexis Tsipras a margine del vertice Ue/America Latina», dichiarava infatti successivamente il portavoce di Juncker Margaritis Schinas. Secondo Schinas si è trattato di un incontro «amichevole», durante il quale si è stabilito di «continuare a lavorare insieme» con l’obiettivo di raggiungere «un accordo condiviso con i 19 Paesi dell’Eurozona». E in questo clima mercoledì, in serata, è iniziato il mini-summit tra Tsipras, Merkel e Hollande.
VerticeNon è chiaro però a questo punto se il previsto vertice tra Alexis Tsipras, la cancelliera tedesca Angela Merkel, e il presidente francese François Hollande salterà o si terrà in forma ufficiale o non ufficiale (come ha fatto trapelare l’Eliseo). I tre leader europei si dovrebbero incontrare stasera a margine del summit fra vertici Ue e della Comunità di Stati latinoamericani e dei caraibi (Celac). Una riunione che è rimasta in forse per tutta la giornata. Tuttavia la Merkel ha poi ufficialmente dichiarato: «A margine del vertice Ue-Celac ci sarà eventualmente anche un incontro con il primo ministro Tsipras e con il presidente Hollande. Non abbiamo deciso ancora esattamente quando, però se il primo ministro greco vuole parlare con noi lo faremo naturalmente». La cancelliera ha avvertito che «ogni giorno conta» per raggiungere un accordo.
Ma, intanto, sempre in serata, l’agenzia Standard & Poor’s ha tagliato il rating della Grecia a `CCC´ da `CCC+´. La posizione di liquidità della Grecia continua a deteriorarsi e Atene «sembra dare la priorità ad altre spese rispetto agli obblighi sul debito”, scrive S&P. «Dal nostro punto di vista senza un’inversione del pil nominale e una profonda riforma del settore pubblico, il debito della Grecia è insostenibile», afferma ancora, sottolineando che il ritiro dei depositi dalle banche greche aumenta la possibilità che il governo imponga dei controlli di capitale. «L’incertezza sui rapporti della Grecia con i suoi creditori e la stabilità politica stanno pesando sull’economia» mette in evidenza S&P, precisando che anche se un accordo con i creditori fosse raggiunto, è probabile che non coprirà gli obblighi della Grecia sul debito al di là di settembre. L’outlook è negativo, infine, «dato il rischio di un ulteriore peggioramento della liquidità».
A sbloccare l’irrigidimento di Bruxelles, nella giornata di mercoledì, era la rinnovata disponibilità della Germania. La cancelliera tedesca Angela Merkel sarebbe infatti pronta ad un accordo con la Grecia se il governo di Alexis Tsipras si impegnasse a portare avanti almeno una delle principali riforme economiche chieste dai creditori. Lo riferisce Bloomberg, citando fonti vicino alla posizione del governo tedesco.
Non è chiaro però a questo punto se il previsto vertice tra Alexis Tsipras, la cancelliera tedesca Angela Merkel, e il presidente francese François Hollande salterà o si terrà in forma ufficiale o non ufficiale (come ha fatto trapelare l’Eliseo).
I tre leader europei si dovrebbero incontrare stasera a margine del summit fra vertici Ue e della Comunità di Stati latinoamericani e dei caraibi (Celac). Una riunione che è rimasta in forse per tutta la giornata. Tuttavia la Merkel ha poi ufficialmente dichiarato: «A margine del vertice Ue-Celac ci sarà eventualmente anche un incontro con il primo ministro Tsipras e con il presidente Hollande. Non abbiamo deciso ancora esattamente quando, però se il primo ministro greco vuole parlare con noi lo faremo naturalmente». La cancelliera ha avvertito che «ogni giorno conta» per raggiungere un accordo.
Il taglio del rating Ma, intanto, sempre in serata, l’agenzia Standard & Poor’s ha tagliato il rating della Grecia a `CCC´ da `CCC+´. La posizione di liquidità della Grecia continua a deteriorarsi e Atene «sembra dare la priorità ad altre spese rispetto agli obblighi sul debito”, scrive S&P. «Dal nostro punto di vista senza un’inversione del pil nominale e una profonda riforma del settore pubblico, il debito della Grecia è insostenibile», afferma ancora, sottolineando che il ritiro dei depositi dalle banche greche aumenta la possibilità che il governo imponga dei controlli di capitale. «L’incertezza sui rapporti della Grecia con i suoi creditori e la stabilità politica stanno pesando sull’economia» mette in evidenza S&P, precisando che anche se un accordo con i creditori fosse raggiunto, è probabile che non coprirà gli obblighi della Grecia sul debito al di là di settembre. L’outlook è negativo, infine, «dato il rischio di un ulteriore peggioramento della liquidità».
Le nuove difficoltà insorte nella trattativa hanno ovviamente influenzato l'andamento dei mercati. Così mentre le Borse europee imboccavano la strada dei rialzi Atene invertiva la rotta. Alla fine le principali Borse europee chiudono tutte in rialzo, nonostante i timori per l’impasse nel negoziato sulla Grecia. Nel finale i listini s’impennano ulteriormente verso l’alto, dopo la decisione della Bce di innalzare il tetto della liquidità di emergenza per le banche greche (Ela) di 2,3 miliardi di euro, a quota 83 miliardi di euro. Londra cresce dell’1,13% a 6.830,27 punti. A Milano il Ftse Mib avanza del 2,5% a 23.091,49 punti, Parigi guadagna l’1,75% a 4.934,91 punti, Francoforte il 2,4% a 1.265,39 punti e Madrid sale dell’1,56%. Atene resta invece in controtendenza, cedendo l’1,08%.
MerkelA sbloccare l’irrigidimento di Bruxelles, nella giornata di mercoledì, era la rinnovata disponibilità della Germania.
La cancelliera tedesca Angela Merkel sarebbe infatti pronta ad un accordo con la Grecia se il governo di Alexis Tsipras si impegnasse a portare avanti almeno una delle principali riforme economiche chieste dai creditori. Lo riferisce Bloomberg, citando fonti vicino alla posizione del governo tedesco.
# 2015-06-11T08:11:21.125396
# http://www.corriere.it/politica/15_giugno_11/verdiniani-non-campo-via-piano-neoresponsabili-01622fdc-1003-11e5-9af2-c0e873d99e21.shtml
La «lista segreta» Nella lista segreta di Verdini, al momento, ci sono i forzisti che stanno sulla bocca di tutti (Riccardo Mazzoni), quelli pronti a rifare un salto all’indietro verso il centrosinistra (Riccardo Villari), quelli che ancora sono nell’ombra (Enrico Piccinelli) e anche quelli che potrebbero aderire ai neo-responsabili all’ultimo momento utile (Riccardo Conti). Qualcuno, nella lista segreta, inserisce anche Antonio Razzi, il «responsabile» per antonomasia, che due sere fa (come ha scritto l’ Huffington Post ) è stato avvistato a cena proprio con Verdini. Anche se lui, ovviamente, nega: «Io faccio solo quello che mi dice Berlusconi».
Ma per formare un gruppo e trattare con Renzi coi galloni di un «partito» della maggioranza, magari sfruttando la momentanea debolezza degli alfaniani alle prese coi casi Castiglione e Azzollini, serve di più. Molto di più. E così, a dar man forte all’operazione dei neo-responsabili di Verdini, arrivano l’ex socialista Barani, il senatore Giovanni Mauro, più il tridente sottratto ai fittiani dall’ex ministro Saverio Romano (Giuseppe Ruvolo, Giuseppe Compagnone, Antonio Scavone). A questi potrebbero aggiungersi le ex leghiste Raffaella Bellot e Patrizia Bisinella, uscite dal Carroccio dopo l’espulsione di Flavio Tosi, e la coppia Repetti-Bondi. Minimo quattordici sembrano sicuri. Compreso l’ex berlusconiano campano Vincenzo D’Anna, che ha già trovato lo slogan della nuova forza. «Siamo come formiche», dice. «Ma anche le formiche, nel loro piccolo, s’inc....no».
L’operazione dei «neo-responsabili», e cioè di quei senatori che blinderanno le riforme del governo Renzi da quell’aritmetica che a Palazzo Madama s’è fatta sempre più pericolante, potrebbe partire così. Con un «appello pubblico». È questa, al momento, l’unica via per mettere insieme l’eterogenea pattuglia. Il timing è già fissato. Una settimana, la scadenza che Verdini e Berlusconi si sono dati per rivedersi dopo l’incontro di ieri l’altro. Al massimo due. Puntuali, comunque, per l’approdo del testo nella commissione Affari costituzionali.
Il gruppetto di Verdini È di fronte a distinguo come questi, di fronte ai timori di chi sta per «soccorrere» il governo nella delicata partita di Palazzo Madama sulla terza lettura della Costituzione, che Denis Verdini avrebbe estratto dal cilindro l’ennesimo coniglio di una vita di magie. «Presto potrebbe arrivare un appello di intellettuali vicini al centrodestra che inviterà i moderati a sostenere le riforme di Renzi. Basterà firmarlo e si accede al gruppetto», è il ragionamento che il senatore quasi-ex berlusconiano (è stato consigliere delegato del Foglio di Giuliano Ferrara, di intellettuali ne conosce a decine) avrebbe sviluppato nel tentare di convincere una serie di colleghi a saltare il fosso. Una settimana (al massimo due) di tempo
L’operazione dei «neo-responsabili», e cioè di quei senatori che blinderanno le riforme del governo Renzi da quell’aritmetica che a Palazzo Madama s’è fatta sempre più pericolante, potrebbe partire così. Con un «appello pubblico». È questa, al momento, l’unica via per mettere insieme l’eterogenea pattuglia. Il timing è già fissato. Una settimana, la scadenza che Verdini e Berlusconi si sono dati per rivedersi dopo l’incontro di ieri l’altro. Al massimo due. Puntuali, comunque, per l’approdo del testo nella commissione Affari costituzionali.
Nella lista segreta di Verdini, al momento, ci sono i forzisti che stanno sulla bocca di tutti (Riccardo Mazzoni), quelli pronti a rifare un salto all’indietro verso il centrosinistra (Riccardo Villari), quelli che ancora sono nell’ombra (Enrico Piccinelli) e anche quelli che potrebbero aderire ai neo-responsabili all’ultimo momento utile (Riccardo Conti). Qualcuno, nella lista segreta, inserisce anche Antonio Razzi, il «responsabile» per antonomasia, che due sere fa (come ha scritto l’ Huffington Post ) è stato avvistato a cena proprio con Verdini. Anche se lui, ovviamente, nega: «Io faccio solo quello che mi dice Berlusconi».
Ma per formare un gruppo e trattare con Renzi coi galloni di un «partito» della maggioranza, magari sfruttando la momentanea debolezza degli alfaniani alle prese coi casi Castiglione e Azzollini, serve di più. Molto di più. E così, a dar man forte all’operazione dei neo-responsabili di Verdini, arrivano l’ex socialista Barani, il senatore Giovanni Mauro, più il tridente sottratto ai fittiani dall’ex ministro Saverio Romano (Giuseppe Ruvolo, Giuseppe Compagnone, Antonio Scavone). A questi potrebbero aggiungersi le ex leghiste Raffaella Bellot e Patrizia Bisinella, uscite dal Carroccio dopo l’espulsione di Flavio Tosi, e la coppia Repetti-Bondi. Minimo quattordici sembrano sicuri. Compreso l’ex berlusconiano campano Vincenzo D’Anna, che ha già trovato lo slogan della nuova forza. «Siamo come formiche», dice. «Ma anche le formiche, nel loro piccolo, s’inc....no».
ROMA «Io voglio votare le riforme di Renzi. Ma non è che con Verdini parlo spesso», si lascia scappare l’ex forzista Manuela Repetti. Ed è nulla rispetto ai giudizi che il suo compagno Sandro Bondi avrebbe confidato ad alcuni colleghi, rimarcando che «non sono certo uscito da FI per diventare verdiniano». Un po’ la stessa questione sollevata dal socialista (eletto col Pdl) Lucio Barani: «Io voterò le riforme in Senato non perché me l’ha detto Verdini. Ma perché somigliano a quelle che fece Craxi già nel 1982».
È di fronte a distinguo come questi, di fronte ai timori di chi sta per «soccorrere» il governo nella delicata partita di Palazzo Madama sulla terza lettura della Costituzione, che Denis Verdini avrebbe estratto dal cilindro l’ennesimo coniglio di una vita di magie. «Presto potrebbe arrivare un appello di intellettuali vicini al centrodestra che inviterà i moderati a sostenere le riforme di Renzi. Basterà firmarlo e si accede al gruppetto», è il ragionamento che il senatore quasi-ex berlusconiano (è stato consigliere delegato del Foglio di Giuliano Ferrara, di intellettuali ne conosce a decine) avrebbe sviluppato nel tentare di convincere una serie di colleghi a saltare il fosso. Una settimana (al massimo due) di tempo
L’operazione dei «neo-responsabili», e cioè di quei senatori che blinderanno le riforme del governo Renzi da quell’aritmetica che a Palazzo Madama s’è fatta sempre più pericolante, potrebbe partire così. Con un «appello pubblico». È questa, al momento, l’unica via per mettere insieme l’eterogenea pattuglia. Il timing è già fissato. Una settimana, la scadenza che Verdini e Berlusconi si sono dati per rivedersi dopo l’incontro di ieri l’altro. Al massimo due. Puntuali, comunque, per l’approdo del testo nella commissione Affari costituzionali.
